Nba All-Star, la settimana delle stelle

Nba All-Star, la settimana delle stelle

Photo by Ramiro Pianarosa

Nessuna “Settimana da Dio”, niente “Thunderstruck”, qui parliamo di supereroi con la “S” maiuscola. Gente fuori dal normale che diventa paranormale. Non c’è illusione, è tutto vero, persino il destino sembra essere d’accordo: siamo di fronte ai sette giorni più pazzi della stagione della NBA, anche se per la parata ufficiale di quest’anno occorrerà attendere un paio di settimane.

20 gennaio 1968 – la “Sfida del Secolo”: scendiamo di un gradino, solo sulla carta. L’NCAA per gli americani è ancora oggi un vanto invidiato da tutto il mondo, sebbene non abbia la stessa visibilità della sorella maggiore. All’Astrodome di Houston si affrontarono i padroni di casa, i Cougars, e UCLA, quest’ultima dominatrice dell’ultimo quinquennio. Di fronte a una cornice di oltre 50mila persone (record assoluto per la Lega) i texani interruppero la striscia vincente di 47 partite dei Bruins, trionfando per 71-69, nonostante i 38 punti di un certo Ferdinand Lewis Alcindor, meglio conosciuto come Kareem Abdul Jabbar.

22 gennaio 2006 – ogni volta che mi sveglierò in questo giorno avrò una sola certezza: quella di imbattermi in un video scrollando la bacheca di Facebook. Il conteggio che sale rapido, punto dopo punto, fino a quota 81. Gli highlights di Lakers-Raptors, lo show immenso di Kobe Bryant, tre minuti che valgono più di un investimento in borsa. La Mamba Mentality una malattia dannatamente contagiosa.

23 gennaio 1998 – leggasi 800 alla voce “partite consecutive in doppia cifra” per Micheal Jordan, il degno tramonto di un campione in vista del suo ritiro. A cinque anni di distanza dalla notizia shock del suo abbandono dei parquet, a seguito della morte del padre, “The Air” arriverà a quota 840, prima di uscire di scena da assoluto protagonista.

24 gennaio 1956 – il nome di Bob Pettit vi dice niente? Star di un’altra epoca cestistica, quando la linea dei tre punti era ancora un miraggio. Il leader dei Milwaukee Hawks vinse in quell’occasione il titolo di MVP dell’All-Star Game da rookie, il primo di una serie di record, alcuni successivamente battuti, tra i quali: primo giocatore a raggiungere quota ventimila punti e unico giocatore (insieme a Kobe) ad aver segnato almeno 40 punti a tutte le franchigie.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da RetroRoundball Until Rapture (@thisdayinhoops) in data:

24 gennaio 2014 – erano altri tempi, nonostante siano trascorsi solo cinque anni, per Carmelo Anthony, quando incantava il Madison Square Garden con la maglia dei Knicks. I suoi 62 punti sono il record individuale mai raggiunto nel Tempio della Grande Mela, insidiato recentemente dai 61 punti di James Harden. Una bella favola che rischia però di avere un fine tutt’altro che lieto, indegno, nel senso più sprezzante del termine, della performance del protagonista.

26 gennaio 1977 – una nascita Vincente sulle spiagge di Daytona Beach, per quanto la perla del mare si trovasse in una culla d’ospedale. Nitido e splendente come non mai, promotore di un elisir di lunga giovinezza il cui effetto non sembra svanire, Vince Carter, quasi 42 anni all’anagrafe, membro di una piccola élite a cui partecipa solo Dirk Nowitzki. Il momento più bello della sua carriera è sicuramente lo Slam Dunk Contest del 2000, un altro loop ipnotico da rivedere ancora e ancora. Tra gli ultimi baluardi di una vecchia generazione che ha trainato milioni di appassionati, una carretta il cui motore non sembra necessitare di un rabbocco d’olio nuovo.

  • Blog
    Quando la street art fa bene all'ambiente
  • Blog
    Ore 14 - It's Slamball time!